Suolo urbano

Togliere l’asfalto non basta per creare aree verdi

L’esperto: servono radici spaziose, acqua e manutenzione costante

Togliere l’asfalto non basta per creare aree verdi

La de-impermeabilizzazione di alcune superfici urbane è indicata come una delle strategie per rendere più sostenibili le città toscane. Anche Prato sta valutando interventi per rimuovere l’asfalto e realizzare nuove zone verdi, con l’obiettivo di restituire al terreno la capacità di assorbire l’acqua e contenere gli effetti dell’isola di calore.

Secondo Francesco Ferrini, professore di arboricoltura urbana all’Università di Firenze, non è però sufficiente eliminare la pavimentazione e piantare alcuni alberi. È necessario ricostruire un suolo funzionale e progettare una vera infrastruttura verde. Un intervento di questo tipo richiede tempo e investimenti consistenti, stimati dall’esperto nell’ordine di centinaia di euro al metro quadrato.

Le aree da cui partire

Ferrini ha collaborato con il Dagri dell’Università di Firenze alle strategie di Prato Forest City, occupandosi degli aspetti legati all’arboricoltura urbana, alla scelta delle specie e ai servizi ecosistemici. Altri gruppi di lavoro si sono concentrati in modo specifico sulla depavimentazione. Nel territorio pratese, questa soluzione è già stata inserita tra le strategie della pianificazione urbana.

Le prime aree da considerare, secondo il docente, sono quelle più impermeabilizzate e vulnerabili: parcheggi, piazzali, scuole, strade esposte e quartieri con una copertura arborea ridotta. Tra gli esempi citati c’è San Paolo, dove sono previsti interventi di de-impermeabilizzazione e di gestione sostenibile delle acque.

Suolo, specie e manutenzione

Non esiste una pianta valida per ogni contesto. La scelta deve tenere conto della tolleranza al caldo e alla siccità, delle condizioni urbane, del tipo di terreno, della disponibilità idrica e dello spazio. Tra le specie che possono essere valutate figurano bagolaro, gleditsia, alcune querce, koelreuteria, sofora, gelso, canfora, parrozia, nissa, frassini mediterranei e pino domestico, quando non vi siano interferenze con gli edifici o altri manufatti. La diversità delle specie viene considerata essenziale.

La riuscita degli interventi dipende soprattutto da ciò che resta sotto la superficie. Servono volumi adeguati per lo sviluppo delle radici, terreno non compattato, drenaggio, gestione corretta delle acque meteoriche e irrigazione, in particolare durante i primi anni. Ridurre la spesa per gli impianti, avverte Ferrini, può comportare costi più elevati in seguito.

L’età dell’albero non determina da sola il rischio di caduta. Un esemplare maturo e in buona salute può offrire servizi ecosistemici superiori a quelli di una pianta giovane. Gli alberi devono essere sottoposti a monitoraggio e gestione professionale e sostituiti solo quando le condizioni fitosanitarie o fitostatiche lo rendono necessario, non in base a un limite anagrafico prefissato.

Tra gli errori più frequenti figurano la scelta della specie sbagliata, lo spazio insufficiente per le radici, una gestione inadeguata dell’irrigazione e le potature drastiche. Il principio indicato dall’esperto è progettare gli spazi urbani in funzione degli alberi destinati a viverci per molti decenni, invece di inserirli soltanto dopo aver definito il resto dell’intervento.