Comunità montane

Don Vincent, il parroco africano raccontato dal New York Times

Quattro parrocchie seguite, calo delle vocazioni, riflessioni sull’integrazione nelle aree interne.

Don Vincent, il parroco africano raccontato dal New York Times

La quotidianità di don Vincent Souly, sacerdote originario del Burkina Faso e oggi alla guida di quattro parrocchie nella Val di Bisenzio, è stata raccontata in un reportage del New York Times. Il quotidiano statunitense ha trascorso un fine settimana accanto al parroco di Mercatale di Vernio, seguendolo tra celebrazioni, spostamenti e visite agli abitanti delle comunità che gli sono affidate.

Don Vincent percorre le strade della valle a bordo di una vecchia Fiat color argento, con cui raggiunge le diverse chiese e le abitazioni dei parrocchiani. Il suo impegno riflette una condizione sempre più frequente nelle aree interne: la riduzione del numero dei sacerdoti porta un singolo parroco a occuparsi di più comunità. Nel fine settimana seguito dal giornale americano, il sacerdote ha celebrato Messe in due paesi il sabato pomeriggio e in altre tre chiese la domenica mattina, preparando tre omelie differenti e ritagliando poi spazio per le visite.

Il percorso dal Burkina Faso alla Val di Bisenzio

Nato in Burkina Faso e cresciuto in Costa d’Avorio, don Vincent è stato ordinato sacerdote a 32 anni. Nel 2007, a 35 anni, ha ottenuto una borsa di studio del Vaticano per frequentare a Roma un master in diritto canonico. Arrivato in Italia conoscendo soltanto francese e mooré, nei primi tre mesi ha seguito sette ore al giorno di lezioni di italiano. La borsa copriva le tasse universitarie, ma non vitto e alloggio: per questo ha iniziato a lavorare come viceparroco nel Nord Italia.

Nel 2014 ha conseguito il dottorato e ha scelto di restare in Italia, dove nel frattempo è diventato cittadino. Quando è arrivato nella zona di Vernio, alcuni residenti hanno contribuito ad arredare la canonica e gli hanno acquistato un letto adeguato alla sua corporatura. L’inserimento nella comunità montana non è stato però immediato. La sindaca Maria Lucarini ha spiegato al New York Times che il sacerdote ha dovuto conquistare la fiducia degli abitanti, inizialmente poco abituati alla presenza di persone di colore. Con il tempo, l’impegno quotidiano di don Vincent ha contribuito a superare quella distanza.

La solitudine e il rapporto con i parrocchiani

Il reportage racconta anche una visita a Carlo Martini, novantenne malato e costretto a letto, assistito dalla moglie Renza Giagnoni. L’incontro offre al sacerdote l’occasione per riflettere sulla propria identità. Nonostante i quindici anni trascorsi in Italia e la cittadinanza italiana, don Vincent racconta di essere ancora percepito da alcuni soprattutto attraverso il colore della pelle o l’origine straniera. Preferisce che venga indicata la sua provenienza africana o, più precisamente, quella ivoriana, considerando il riferimento al colore una scorciatoia.

Il sacerdote racconta di aver costruito rapporti stretti con comunità prevalentemente italiane, ma ammette di avvertire talvolta un senso di solitudine. Nelle sue parole emerge anche la denuncia di atteggiamenti di superiorità legati alle origini e alla diversa percezione dello sviluppo tra Europa e Africa. La sua esperienza si inserisce in un fenomeno più ampio: in Italia prestano servizio circa 1.130 sacerdoti africani, pari a circa il 4 per cento del clero, mentre diminuisce il numero degli italiani che scelgono il sacerdozio.

Don Vincent ha accolto con sorpresa e soddisfazione l’interesse del quotidiano statunitense, soprattutto perché il reportage ha portato l’attenzione sulla crisi delle vocazioni e sulle difficoltà delle parrocchie più piccole. La sindaca Lucarini ha ringraziato il sacerdote per il servizio svolto e il New York Times per aver raccontato una vicenda che riguarda anche l’accoglienza, l’impegno e il futuro delle comunità della valle.