Nella Prato degli anni Sessanta, una vetrina del centro cittadino diventa il punto d’incontro tra la provincia toscana e l’immaginario britannico. È qui che il narratore ricorda il padre, uomo elegante e anticonformista, attratto dai tessuti, dai colori e dagli oggetti provenienti dall’Inghilterra, e la madre irlandese, che in famiglia voleva essere chiamata Mummy.
Il padre, alto, snello e con una striscia bianca tra i capelli, indossava profumi inglesi, tweed e cravatte a righe. Non conosceva, o non considerava, il significato preciso di quei colori, legati a scuole, reggimenti, università e club del Regno Unito. Per lui contava soprattutto l’effetto estetico, insieme alla possibilità di distinguersi dalle mode più comuni. La madre, che aveva vissuto a Londra dopo essere arrivata dall’Irlanda, sapeva invece che indossare quei simboli senza averne il diritto poteva essere considerato una forma di presunzione.
Il guardaroba come identità
Il contrasto tra i due emerge anche nel rapporto con l’abbigliamento. Il padre rifiutava i jeans, giudicati responsabili di aver reso i giovani tutti uguali, e invitava il figlio a vestirsi con maggiore cura. Pur apprezzando l’uniforme degli scolari inglesi, sosteneva che ciascuno riuscisse comunque a trovare un modo personale per distinguersi.
Il narratore, al contrario, sognava chitarre elettriche, provocazioni e ribellione. Non voleva appartenere a un reggimento, a un’università o a un club, ma finì per entrare nel negozio del centro di Prato, dove un commerciante lo osservò e gli propose di costruire un nuovo stile. La scelta cominciò dalle scarpe: non le Clark’s, considerate poco adatte alle strade cittadine, ma stivaletti Chelsea. A completare l’insieme arrivarono pantaloni stretti, una maglietta di cotone, un maglione Shetland e un Montgomery.
La scoperta della realtà
Quel percorso trasformò l’abbigliamento in una sorta di passaporto immaginario. Il ragazzo poteva apparire come un signore, secondo il giudizio del suo maestro di stile, pur restando estraneo alle istituzioni e alle tradizioni che quei capi evocavano. L’illusione, però, si spezzò quando scese per la prima volta nel Tube londinese.
Sotto la città non trovò l’eleganza dei profumi o la leggerezza della Londra psichedelica immaginata da lontano, ma una nube grigia e il senso di un impero decaduto. L’esperienza ridimensionò il mito britannico costruito nella provincia pratese. Oxford rimase fuori dal percorso del narratore, che preferì conservare la propria identità di falso inglese ribelle a Prato.
Il testo è firmato da Matthew Licht, che ricorda un’adolescenza trascorsa nella Toscana tra gli anni Sessanta e Settanta, prima delle esperienze a New York e del ritorno a casa. L’immagine di copertina è Tube Crush, negativo realizzato da Bob Collins intorno al 1960 e conservato al London Museum.