Prato emerge sullo sfondo dei frammenti narrativi firmati da Dennis Faggi, autore nato in città e oggi impiegato nel settore tessile. Il testo raccoglie episodi, ricordi e brevi scene attraversate da ironia, nostalgia e osservazioni sulla vita quotidiana, con una scrittura che alterna dialoghi, immagini del passato e figure rimaste nella memoria.
Il primo frammento prende spunto da una conversazione sul caldo. Due persone cercano di stabilire quando si sia verificata un’estate altrettanto afosa, ma il ricordo resta incerto: forse venti o trent’anni prima, forse in un’altra occasione. Il dialogo procede per brevi battute, mostrando come la memoria personale sia spesso fatta di impressioni più che di date precise.
Le tracce del passato
Un altro episodio nasce dal ritrovamento di vecchi giornali accumulati nel tempo. Mentre si prepara a liberarsene, il protagonista ne sfoglia uno ingiallito e si imbatte nella cronaca della morte della madre di Paolo Rossi, il calciatore della Nazionale campione del mondo nel 1982. Nell’intervista rievocata, Rossi ricordava la madre che lo accompagnava agli allenamenti e la sua presenza alla finale di Madrid, resa possibile dall’intervento dell’allora sindaco di Prato. Il giocatore raccontava di avere temuto che l’emozione fosse troppo forte per lei, salvo poi scoprire che quel momento era stato bellissimo.
La memoria si sposta poi su un’immagine legata al conflitto israelo-palestinese: la richiesta di una bandiera palestinese in un negozio gestito da un commerciante cinese. Il breve racconto, attribuito a uno scrittore indicato soltanto con l’iniziale R., insiste sul contrasto tra l’idea di un esercizio commerciale capace di avere ogni genere di prodotto e l’assenza, in quel momento, di un oggetto dal forte valore simbolico.
Ironia e personaggi
Tra i brani compare anche una riflessione sull’origine dei bambini, ricostruita attraverso le risposte ricevute da padre, madre, nonno e fratello. Le spiegazioni cambiano ogni volta: dalla prudenza degli adulti all’idea dell’amore, dalla fede religiosa alla risposta sbrigativa di chi liquida la domanda con poche parole. Ne emerge un piccolo catalogo familiare, sospeso tra affetto, imbarazzo e ironia.
Il personaggio più singolare è forse l’amico aspirante scrittore che, durante l’adolescenza, cercava di coinvolgere gli altri nei propri racconti e nelle attività di un’associazione culturale. Convinto di avere scoperto il motivo per cui le giurie lo osservavano alle premiazioni, spiegava di essersi accorto di essere identico a Edgar Allan Poe. Il ricordo, inizialmente presentato con sarcasmo, si chiude però con una nota inattesa: quella persona, oggi scomparsa, manca molto al narratore.
L’ultimo episodio è dedicato a un’espressione rimasta impressa nella mente di M., dopo una giornata di lavoro. Un cliente aveva chiesto alcune campionature e il compito era stato portato a termine rapidamente. Da qui il soprannome il vichingo, nato dall’idea che i vichinghi facessero tutto senza rimandare. Faggi, che ha lavorato anche in Lussemburgo, si occupa di storia locale e traduzioni dal francese. Ha pubblicato il romanzo Vigilia d’uomo e la raccolta di racconti Farne fuori uno? Falli fuori tutti!, opere alle quali si aggiungono questi brevi quadri di memoria e osservazione.