Alle otto del mattino la bottega di via Francesco Ferrucci 9 è già pronta ad accogliere clienti e lavori da riparare. Giuseppe alza la serranda, apre le porte e sistema il banco in uno spazio di pochi metri quadrati dove convivono scarpe, borse, scatole, attrezzi e pezzi di cuoio. L’odore di colla, vernice e pelle accompagna l’inizio della giornata, mentre fuori Prato comincia a muoversi.
Il lavoro procede tra macchinari, telefonate e interruzioni. Qualcuno entra per lasciare un paio di scarpe, qualcun altro si ferma a parlare. Giuseppe ascolta, cerca gli oggetti sui ripiani e torna al banco ogni volta che una macchina ha terminato il proprio ciclo. La bottega è così anche un punto di incontro, frequentato da clienti abituali e persone che arrivano per la prima volta.
Un mestiere imparato sul campo
La storia professionale di Giuseppe parte dalla Calabria, dove suo nonno faceva il calzolaio e realizzava scarpe su misura. Arrivato a Prato a diciassette anni, Giuseppe ha svolto diversi lavori: il muratore, il saldatore e il camionista. Intorno ai quarant’anni ha deciso di cambiare strada. Per alcuni mesi ha lavorato accanto a un calzolaio fiorentino che stava lasciando l’attività, imparando direttamente sul campo.
Dopo una prima esperienza in una strada vicina, durata circa quattro anni, ha acquistato il fondo di via Francesco Ferrucci. Dal 2012 lavora nella stessa bottega, dove ogni riparazione richiede una valutazione diversa. Una suola consumata, una cucitura, un tacco o una calzatura troppo stretta impongono di riconoscere i materiali, capire come è stato costruito l’oggetto e stabilire quali parti possano essere sostituite.
Secondo Giuseppe, il mestiere è cambiato insieme alle scarpe. In passato, soprattutto con i modelli in pelle, la riparazione era una parte naturale della loro durata. Oggi molti prodotti sono realizzati con materiali sintetici e spesso vengono sostituiti invece di essere aggiustati. Nel suo lavoro resta però centrale la domanda se un oggetto possa ancora essere recuperato, preservando quanto possibile la sua forma e la sua storia.
Il banco e la pittura
Alle pareti della bottega sono appesi i quadri realizzati da Giuseppe. La pittura è entrata nella sua vita nel 1990, quando un amico lo convinse a iscriversi a un corso comunale. Da allora ha continuato a dipingere nel tempo libero, studiando tecniche, pigmenti, terre e preparazioni tradizionali. Oggi lo fa meno spesso, ma i dipinti restano accanto a scarpe, borse e macchinari.
Nel laboratorio, la manualità e la creatività si incontrano continuamente. Prima di intervenire su una calzatura bisogna conoscerne la materia e immaginare come proseguire un lavoro già iniziato senza cancellarne le caratteristiche. Per Giuseppe anche questo aspetto avvicina il calzolaio all’artista. Il banco diventa inoltre un osservatorio sulla città: le persone raccontano, chiedono, scherzano e a volte restano più a lungo del previsto.
Giuseppe vive a Prato da molti anni e qui ha costruito la propria famiglia. Considera la città una realtà raccolta, vicina sia ai servizi sia alla natura della Calvana. Nel corso del tempo ha visto cambiare negozi, abitudini e materiali, ma continua ad aprire ogni mattina. Pensa di andare in pensione tra qualche anno, anche se gli piacerebbe mantenere almeno l’abitudine di iniziare la giornata in bottega.
Alle sette di sera le macchine si fermano. Giuseppe riordina strumenti e banco, lasciando da parte le scarpe che dovranno essere completate il giorno successivo. Abbassa la serranda e nella stanza restano il lavoro in sospeso, i quadri e gli oggetti in attesa. La mattina seguente qualcuno tornerà con qualcosa da aggiustare e lui ripartirà dalla stessa domanda: capire da dove cominciare per dare nuova vita a ciò che sembrava ormai da sostituire.