Vicenda giudiziaria

Condanna definitiva a Prato per false dichiarazioni sul reddito

La Cassazione conferma un anno e otto mesi per una 68enne che aveva indicato una situazione familiare e patrimoniale diversa

Condanna definitiva a Prato per false dichiarazioni sul reddito

Una 68enne pratese è stata condannata in via definitiva a un anno e otto mesi di reclusione per aver ottenuto per lungo tempo il reddito di cittadinanza attraverso dichiarazioni non corrispondenti alla sua reale situazione familiare e patrimoniale. La sentenza è diventata definitiva dopo che anche la Corte di cassazione ha confermato la decisione già emessa dal tribunale di Prato nel 2021 e successivamente dalla Corte d’appello.

Secondo quanto ricostruito nel procedimento, la donna avrebbe percepito circa mille euro al mese, pur non possedendo i requisiti necessari per accedere al beneficio. Nella documentazione presentata agli enti incaricati dei controlli, la sua condizione sarebbe stata rappresentata in modo diverso da quella effettiva, sia per quanto riguarda lo stato familiare sia per la situazione economica.

I controlli della Guardia di finanza

L’indagine è partita da una verifica della Guardia di finanza, avviata proprio a seguito di dubbi sulla legittimità delle somme ricevute. Gli accertamenti avrebbero evidenziato che la donna era regolarmente sposata e viveva nella casa di famiglia. Dalle verifiche sarebbe inoltre emerso che il nucleo familiare disponeva di redditi e che, fatta eccezione per alcuni brevi periodi trascorsi in carcere, la 68enne aveva sempre vissuto insieme al marito e al figlio.

Gli elementi raccolti hanno portato alla denuncia per le dichiarazioni ritenute false e per l’indebita percezione del sostegno economico. La contestazione riguardava l’aver indotto in errore gli organismi chiamati a verificare la presenza dei requisiti previsti per il reddito di cittadinanza.

La decisione dei giudici

Nel confermare la responsabilità dell’imputata, i giudici hanno richiamato anche i suoi numerosi precedenti penali. Nelle motivazioni è stata evidenziata una significativa pericolosità e una sempre maggiore inclinazione a delinquere, elementi valutati nel quadro complessivo della vicenda.

Oltre alla pena detentiva, divenuta definitiva con la pronuncia della Cassazione, la donna dovrà versare 3.000 euro alla Cassa delle ammende. La decisione chiude così il procedimento avviato dopo i controlli sulla regolarità delle dichiarazioni utilizzate per ottenere il beneficio.