Misura cautelare

Prato, agente penitenziario sospeso dopo gli spari in ospedale

Il gip contesta anche presunte dichiarazioni non veritiere sulla dinamica e sui motivi dell’intervento armato.

Prato, agente penitenziario sospeso dopo gli spari in ospedale

Si aggrava la posizione dell’agente della polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Prato e indagato per tentato omicidio dopo gli spari esplosi al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto nei suoi confronti l’interdizione dal servizio per quattro mesi. Alla contestazione principale si aggiunge anche l’ipotesi di falso.

Il provvedimento, richiesto dalla procura guidata da Luca Tescaroli, riguarda i fatti dello scorso 16 agosto, quando l’agente avrebbe esploso tre colpi di pistola per fermare il tentativo di fuga di un 22enne marocchino sottoposto a custodia. Secondo la ricostruzione investigativa, il giovane si sarebbe allontanato dalla camera calda del pronto soccorso, l’area dell’ospedale destinata all’arrivo delle ambulanze, nonostante avesse le manette ai polsi.

La fuga dopo l’arresto

Il 22enne era stato fermato poco prima all’esterno del carcere di Prato. Per gli investigatori, sarebbe stato responsabile di diversi lanci oltre il muro di recinzione dell’istituto penitenziario, con l’obiettivo di far arrivare droga e un telefonino a un detenuto georgiano. Durante le fasi dell’arresto aveva riportato alcune lesioni e, per questo motivo, era stato accompagnato al pronto soccorso. All’interno della struttura sanitaria, pur ammanettato, avrebbe provocato momenti di forte agitazione prima di tentare di allontanarsi.

La procura sostiene che l’agente abbia fornito una versione dei fatti non coincidente con quanto documentato dalle telecamere di sorveglianza e con il racconto del collega presente. In particolare, le immagini non confermerebbero la dinamica riferita dall’indagato sull’uso dell’arma e sulla posizione del giovane durante gli spari.

Le contestazioni per falso

Secondo l’accusa, i falsi contestati sarebbero due. Il primo riguarderebbe le informazioni fornite al medico del pronto soccorso: l’agente avrebbe fatto ricondurre le proprie lesioni a una colluttazione con il 22enne, senza però aver partecipato, stando agli accertamenti, allo scontro fisico. Il secondo sarebbe legato a una lettera inviata al comandante di reparto della direzione del carcere.

Nella comunicazione l’agente avrebbe sostenuto di aver sparato due colpi verso l’alto e in direzione opposta rispetto al giovane, dopo aver visto a terra il caricatore della pistola del collega e aver temuto che l’arma fosse stata sottratta. Il gip, sulla base degli elementi raccolti, avrebbe però ritenuto questa versione non compatibile con le immagini e finalizzata a evitare le conseguenze dell’ipotesi di tentato omicidio. Il giudice ha inoltre rilevato che la perdita del caricatore sarebbe stata riferita soltanto il giorno successivo, dopo che l’agente ne avrebbe appreso la circostanza.